con
Carlotta Bruni, Elisa Carta Carosi,
Lorenzo della Rocca, Paola Saribas
e Rino Di Martino
Regia e coreografia Aurelio Gatti
MDA Produzioni Danza – Obliquo
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DEL LABIRINTO E ALTRE STORIE

da Virgilio, Ovidio e Italo Calvino

drammaturgia  Aurelio Gatti e Diego Sommaripa

L’uomo ha sempre avuto la necessità di creare labirinti, fatti di pietra o di pensiero. Con essi ha cercato di comprendere e addomesticare quella cosa inafferrabile che i filosofi chiamano “realtà”, o almeno i suoi percorsi misteriosi. È impossibile uscire da un labirinto, soprattutto se non ha pareti ben definite e se è ignoto il come e il quando vi si sia entrati. Il labirinto lo si può incontrare ovunque: ci si ritrova al suo interno senza accorgersene e, ogni volta, esso ha la capacità di attrarre la nostra anima. Ma cos’è il Labirinto? È il palazzo dell’ascia, il luogo del perdersi e del mai più ritrovarsi. La sua stessa architettura è volta a suscitare confusione e stupore. La tortuosità dei suoi percorsi rinvia simbolicamente all’insufficienza di uno sguardo meramente razionale sul reale, la cui consistenza, sotto un’apparente regolarità, esprime significati più complessi e profondi. Come Proteo, anche il labirinto sembra eludere ogni tentativo di comprensione, presentandosi continuamente sotto forme diverse: un’immensa distesa di mura, di slarghi, di svolte, di intrichi, di lastricati selvatici; forse il luogo dove trova riposo il mostro divorante che attende gli adolescenti sacrificali. Sono innumerevoli le figure richiamate in quegli antri: Minosse e Pasifae, Arianna e Teseo, Dedalo e Icaro, tra terrori ed estasi, mutamenti e trasformazioni, sciagure e prodigi. Quando hanno smesso di esistere costoro? Creature dell’immaginazione, della mente contorta e compiaciuta, figli della magnificenza e dell’orrore, vivono tuttora se nominati; e non solo: rivivono ogni qual volta ci apprestiamo a indagarne i viluppi interiori e le voglie indeclinabili. Arianna piange sulle spiagge di Nasso, sciogliendo il suo canto nella dolcezza; Icaro vola alto e precipita nella luce che arde; Minosse siede nell’Inferno; Teseo è l’eroe, ma anche il traditore e il profittatore. Niente è stabile, tanto meno nel mito. Forse il Labirinto è l’urna di divinità morte, ma sulla loro definitiva scomparsa, in bilico fra tristezza e arroganza, non è dato sapere. D’altro canto, finché non ci perdiamo non c’è speranza di ritrovarci, foss’anche per scoprirci nel “luogo dell’umano contemporaneo”, in cui il labirinto non è altro che la società moderna e frenetica: una realtà nella quale l’individuo è destinato a smarrirsi tra un’intricata rete di informazioni fulminee e discordanti, e dove trovare punti di riferimento è una sfida quotidiana. Esiste poi il fascino del labirinto in quanto tale, del perdersi al suo interno, rappresentando questa assenza di vie d’uscita come la vera, ineludibile condizione dell’uomo. Da queste tensioni nasce una drammaturgia di danza e teatro in cui il protagonista è “il guardiaporta” del Labirinto, antico custode di ogni creatura che, all’ombra di alte mura, trova riparo e scopre il significato dell’umano.