Con:
CATERINA COSTANTINI
MARCO BIANCHI – MARIA TERESA PINTUS
musiche: Francesco Verdinelli
Scene e Costumi: G.P.
Maestro del coro: Eugenio Tassitano
regia di Silvio Giordani
Teatro al Massimo – Planet Production
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DONNE DI GUERRA. LE TROIANE

 da EURIPIDE, versione di Marina PIZZI

La tragedia non è fatta solo di parole, ma è anche uno spettacolo di corpi in cui la sventura si mostra come traccia indelebile e cruda. È però nella figura della donna che il male e il dolore, come in ogni guerra, assurgono a simbolo assoluto.

Nelle Troiane di Euripide la guerra è finita. La città di Priamo, espugnata dagli Achei, è ridotta a un deserto di rovine e di macerie fumanti, di corpi straziati, di sangue, di altari e luoghi sacri contaminati. I maschi di Troia sono tutti morti; i Greci, i vincitori, sono distanti, poco visibili. Un messaggero fa da tramite, trasmettendo ordini secchi alle prede umane, alle vedove e alle fanciulle divenute bottino di guerra. Non vi è più alcun dialogo tra le parti. Sono donne reificate dalla violenza, ormai pura passività, perché nulla più possono propriamente “fare”.

Tutto è già successo. Cos’altro potrà succedere ancora? Forse queste donne (Ecuba, Cassandra, Andromaca, Elena) possono solo dire; eppure, anche il “dire” sembra non servire più a nulla. Ogni ragionamento, ogni speranza, ogni logos è minacciato dal non-sense, dall’inutilità, dalla smentita crudele. Ogni sorte è radicalmente rovesciata e in contrasto con il ricordo della vita precedente. E dunque, se ogni discorso si scontra con l’inutile o sfiora il vaniloquio, cosa resta a queste donne di guerra? Cosa resta sull’orizzonte della scena?

Ebbene, come in ogni guerra passata, presente e futura, resta la voce. Il corpo, come puro strumento del dolore, si trasfigura in canto, in melos. Un teatro per le vittime della guerra può essere solo un teatro “lirico”. Le parole talvolta non vogliono dire quasi più nulla, sono sia nudo gemito che canto a voce piena: lamenti e pianti di un corpo-voce, un corpo-animale che, come un usignolo, modula la sua ossessiva melodia. Il dolore si sfoga spesso in una violenza autoinflitta: il movimento ritmico dei pugni che si levano a colpire il capo e il petto, le unghie che lacerano la pelle delle guance o del seno, le mani che battono sulla terra ad invocare i morti!

La versione de Le Troiane di Marina Pizzi ha colto in Euripide proprio questa drammaturgia del corpo piegato dal dolore, questa poesia della sofferenza bagnata dal sangue e lontana da ogni ambiguità nel condannare ogni guerra dell’uomo. Oggi più che mai, le protagoniste de Le Troiane sono tutte le donne di guerra, dal momento che, a poca distanza da noi, sentiamo nuovamente ruggire il cupo rimbombo delle armi.

Silvio Giordani

La luce lattea della luna scopre Elena a piedi nudi sulla spiaggia. Non c’è vento sul mare, ma l’aria della notte fa fremere lo stesso la sua pelle. La brace delle rovine di Troia manda ancora qualche tiepido bagliore. Ecuba è morta. Polissena è morta. Cassandra è morta. Andromaca è lontana, chissà dove, tra le armi nere dei Mirmidoni. Tutto è compiuto. Tutto può ricominciare.