Sottile, elegante, vestito di bianco e nero, bretelle e calzini rossi, bastoncino da passeggio più accessorio che necessario, capelli candidi, come da sempre pettinati a lungo ciuffo, lo si è visto avanzare nell’atrio del teatro Persio Flacco di Volterra, il 2 agosto 2013, più affascinante ancora che negli anni della gioventù, più seducente di sempre…Giorgio Albertazzi, la leggenda del teatro italiano, novant’anni da festeggiare proprio a Volterra, un sorriso da eterno giovanotto, una voce inimitabile.
E anche sul palcoscenico è stato quello di sempre, con il suo spettacolo “Io ho quel che ho donato”, il motto preferito da D’Annunzio, che lo pose all’ingresso della villa Cargnacco, da lui ribattezzata “Vittoriale degli Italiani”. Nello spettacolo, in cartellone per l’XI Festival Internazionale del Teatro Romano della splendida cittadina toscana, messo in scena per la ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Gabriele D’Annunzio e patrocinato per il Festival di Volterra proprio dal suddetto Vittoriale degli Italiani, Giorgio Albertazzi è stato come sempre l’ammaliatore, il finissimo dicitore del verso, il raffinato indagatore delle sfumature vocali, tanto numerose quanto i moti e i segreti dell’animo umano che è capace di sondare, scoprire e, con queste, trasmettere.
“Volterra! A ripensarci!!”- aveva scritto al fondatore e Direttore Artistico del Festival Simone Domenico Migliorini, suo allievo e quindi a lui legato da antichi vincoli di stima ed affetto – “Si sale su una rocca, a un’antica città fortezza. E tutto sa di festa (in attesa o appena terminata) dentro le strade pietrose. Volterra è selvaggia e forte, è selvaggia, aspra, pura. Il carcere lassù e il teatrino quaggiù tutto un colore pastello. Ripenso alla scuola per attori, l’elettricità del fare teatro. Fare? Sì, come l’amore! Si fa. Volterra e D’Annunzio, che ci lascia un chiodo, anzi un chiodone, in quell’albergo sulla piazza. Ci hanno messo una lapide a ricordo del Vate e del suo debito. Vorrei parlarvi di D’Annunzio.”
Lo spettacolo è stato così anche un’occasione per incontrare il grande attore faccia a faccia…Tanto, era come se non fosse stato sul palcoscenico, ma fra il pubblico a dialogare; e poi, non semplice protagonista, ma Maestro anche in questo caso, poiché era accompagnato da due splendide, giovanissime allieve, Ilaria Genatiempo e Francesca Tomassoni, impegnate anche a seguirlo, trepidanti, in ogni suo movimento, ma soprattutto a dar prova di sé e della sua magistrale “scuola” in magnifiche letture; e da un talentuoso fisarmonicista, Davide Cavuti, che sottolineava con brevi, appropriate note, gli stacchi sapienti tra una fase e l’altra dello spettacolo.
E così, tra improvvisazione, dialogo con il pubblico, ricordi personali riguardanti Volterra e la sua Toscana, la figura e l’opera di D’Annunzio sono venute fuori a tutto tondo, da quella sorta di “laboratorio teatrale” irripetibile che il grande attore di Settignano è stato capace di ricreare sotto i riflettori, con sulla scena, quali arredi, solo un divano, tre leggii e tre sgabelli: nient’altro. Suprema concisione di modi e di stile, una vera lezione di come debba essere il Maestro di Teatro e di come debbano essere gli allievi. Un esempio ed anche un monito, ai faciloni e ai dilettanti che s’improvvisano maestri: settant’anni di carriera sulle tavole del palcoscenico non sono una passeggiata e quella scena sobria e naturale trasudava professionalità ed esperienza inimitabili.
D’Annunzio, le sue imprese aeree, la beffa di Buccari e poi “Notturno”, ma soprattutto “La figlia di Iorio”, cavallo di battaglia di Albertazzi con Anna Proclemer, amata partner di sempre, recentemente scomparsa e per la quale l’attore ha chiesto espressamente al pubblico un omaggio, che è arrivato con un applauso sentito e scrosciante.
Da brivido, poi, tutti quei versi recitati a memoria…D’annunzio, sì, ma anche Dante, con il suo Ulisse dalla Divina Commedia; Leopardi, con l’Infinito…e mille altri versi a tempesta. Ad ascoltarlo, era tale la possanza della parola e la capacità di dominarla, che pensare di leggerla sembrava diventato meno produttivo ed emozionante che ascoltarla da quella voce, sempre ferma, ma scavata, sofferta, scarna, meditata, limata a tal punto da apparire al pari di una scultura tarda di Michelangelo o un capolavoro dell’ultimo Tiziano. Più il genio si perfeziona, più si allontana dal realismo e tende all’astrazione. La stessa sensazione si provava ad ascoltare Albertazzi recitare. “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio, tra tutte, era “pioggia astratta”, da pelle d’oca.
E poi, ad un certo punto, eccolo chiamare a sé sul palcoscenico l’allievo di una volta, il Maestro di adesso, Simone Domenico Migliorini, a cui aveva anche scritto, nella suddetta lettera: “Vai! Facciamo. Alcuni dei miei giovani allievi di allora hanno fondato una compagnia, fanno teatro. Evviva ragazzi ci si rivede sul luogo del delitto.”
Una spontaneità affettuosa pure nell’accoglierlo in palcoscenico, facendo con le mani al pubblico intimidito un cenno ammiccante e complice alle sue spalle, per incoraggiare all’applauso. Visibilmente commosso, il Patron del Festival si è sentito rivolgere questa domanda, anch’egli felice “preda” del Laboratorio in atto: “Cosa ci fai sentire”? Risposta: “Quel che m’hai insegnato te”…E lì sono sgorgati da un’altra splendida voce e con lo stile di cotanta scuola, i meravigliosi versi di Dante “Tanto gentile e tanto onesta pare”, da “La vita Nuova”. Un momento indimenticabile di grande teatro nel grande teatro.
E poi ancora, sul finire dello spettacolo, il sommo interprete ha voluto sapere che ora si fosse fatta: “Le 23, 30” gli è stato risposto. “Allora andiamo a mangiare.” ha concluso, con naturalezza, dal proprio palcoscenico/laboratorio/casa/mondo/vita…Senza soluzione di continuità, ormai fusi per sempre nella leggenda.
Natalia Di Bartolo