di Colm Tóibín
traduzione e regia Carlo Emilio Lerici
con Francesca Bianco e Eleonora Tosto alla chitarra Matteo Bottini
La produzione del Teatro Belli di Antonio Salines prosegue la ricerca in un territorio, quello dello spettacolo/concerto, dove la composizione musicale va ad intrecciarsi con la composizione drammaturgica, restituendo un percorso sonoro sorprendente e suggestivo. Matteo Bottini, alla chitarra elettrica, ed Eleonora Tosto alla voce, hanno rielaborato in una personalissima chiave alcuni brani scelti tra composizioni di musica popolare europea e brani di musica rock, fornendo una colonna sonora di sicuro impatto e dal sapore multietnico, sulla quale si esprime e con la quale dialoga Francesca Bianco, la voce recitante nel ruolo di Ismene.
E proprio dalla prospettiva di Ismene che ascoltiamo il racconto della vicenda di Antigone, la protagonista della tragedia di Sofocle. Il testo segue infatti la donna mentre racconta la sua personalissima versione della famigerata sfida lanciata da sua sorella nei confronti dello zio di entrambe e re di Tebe Creonte, mentre aumentano le pressioni sulla stessa Ismene affinché agisca per vendicare sua sorella, o addirittura seguire il suo tragico esempio. Pale Sister, da noi riproposto come Ismene/Antigone, primo ed unico monologo teatrale scritto dall’irlandese Colm Tóibín, riconosciuto tra i più grandi romanzieri contemporanei, è il titolo di una delle più recenti riletture di Antigone in chiave moderna e dichiaratamente femminista. Incentrato sulla figura di Ismene, di cui Tóibín prende le difese, Ismene/Antigone è un testo in cui il buon senso e la pacatezza di Ismene prevalgono sull’intransigenza di sua sorella Antigone. Solo all’apparenza una “pallida” copia di Antigone, oltre che simbolo di viltà, qui Ismene emerge invece come portatrice di testimonianza e simbolo del ruolo vitale che le donne possono svolgere nella trasmissione della memoria a seguito di conflitti violenti. Riflettendo su fatti di cronaca recenti e sul dilagare di una comunicazione sempre meno efficiente, questo primo esperimento teatrale di Tóibín propone un esempio di drammaturgia impegnata in cui evoluzione e movimento sono affidati alla pratica sapiente di un’articolata politica del silenzio. Tóibín prende gli elementi alla base della tragedia greca – sostanzialmente pietas e terrore – e, a questi, aggiunge istanze attuali come il genere, il potere ed il suo abuso e la contrapposizione tra il silenzio e la parola. La risposta, ponderata e delicatamente distillata, di Tóibín a Sofocle scava fino in fondo alle radici del coraggio. Come certe persone riescono a trovare dentro di sé la forza di seguire la propria coscienza trovandosi di fronte ostacoli insormontabili? Una questione molto attuale, soprattutto se vista attraverso gli occhi di una giovane donna apparentemente impotente.