L’INCANTATORE di Natalia Di Bartolo

Una bella recensione su “Avignon Et-Moi” di Marguerite Romeuf – Marie -Line Rossetti.

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Natalia Di Bartolo, musicologa e drammaturga, si è posta la seguente domanda:

«Se fosse il teatro stesso a parlare, che cosa direbbe?»

Ed è proprio da questa domanda, quanto mai originale, che è nata questa creazione.

Natalia Di Bartolo ha scritto quest’oratorio in endecasillabi, cioè in versi di undici sillabe, come fece Dante nella sua Divina Commedia. Una splendida impresa!

Questo oratorio, interpretato dall’attore e regista Simone Migliorini, dalla soprano Lydia Mayo, su una composizione di Éric Breton, resta fedele allo spirito classico dell’Opera.

Su un palcoscenico dove, sul lato sinistro, troneggia un pianoforte, con come unico elemento scenico un leggio collocato in proscenio che viene regolarmente spostato nel corso della rappresentazione – l’oratorio si apre con una breve Ouverture eseguita dallo stesso compositore.

Appare poi l’eccellente soprano Lydia Mayo, nel ruolo della strega Zoé, che aspira a essere un’incantatrice.

La sua missione: spingere il Teatro a raccontare la propria storia, con tutte le negligenze, gli abbandoni, le deformazioni e le defezioni che ha subito nel passato e di cui è tuttora vittima.

La voce del personaggio “Teatro” si incarna nell’attore Simone Migliorini — una voce calda, magnificamente impostata, che ci offre i versi composti da Natalia Di Bartolo.

Il leggio diventa l’“oggetto povero”, secondo la teoria inaugurata da Tadeusz Kantor, di questo oratorio.

Viene spostato, posato accanto al pianoforte, riportato in proscenio, collocato all’estrema sinistra, ai piedi di quella splendida scala a chiocciola del Chien qui Fume…

È l’oggetto indispensabile a Simone Migliorini, che offre in realtà una lettura teatralizzata, vivamente animata e pienamente abitata da un attore il cui corpo sembra aereo, quasi sospeso.

In un episodio seduttivo, Lydia Mayo riappare in un magnifico abito da sera rosso.

Incanta ancora una volta la scena con la sua potente voce di soprano, sicura negli acuti e solida nel registro medio.

Durante l’intera rappresentazione, il pianoforte accompagna gli artisti nella composizione di Éric Breton.

La musica rimane costantemente presente e, al tempo stesso, discreta, lasciando ampio spazio ai protagonisti.

Questa proposta artistica, pur di qualità indubbia, pecca tuttavia per l’aderenza forse troppo fedele ai codici e alle convenzioni dell’Opera, in un’epoca in cui si assiste, invece, a un rinnovamento di questo universo lirico.

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