Storie di viaggi in mare e in teatro – Assemblage –
Novità italiana di Massimo De Rossi © 2025
Nota introduttiva
Questo testo nasce all’insegna del tema del viaggio. Muovendoci avanti e indietro nello spazio e nel tempo, scopriremo le opere di autori famosi o meno famosi che hanno come argomento il viaggio o il viaggiare dell’uomo. Un argomento che, in ogni sua accezione, accompagna da sempre l’evoluzione del pensiero umano. Non abbiamo certo la pretesa di esaurirlo con uno spettacolo, non basterebbero intere stagioni teatrali. “L’Isola Non Trovata” è un testo teatrale realizzato con dei frammenti letterari di diverse forme e dimensioni: racconti anche inediti per il teatro, poesie, commedie, diari perduti e poi ritrovati, annotazioni minimali e poemi scritti in epoche diverse. Tutto questo è “fissato” sulla pagina bianca alla maniera degli assemblage, termine preso in prestito dalle avanguardie degli anni venti e dalla più recente Pop Art, caratterizzato dalla natura eterogenea delle diverse componenti. Lo stesso criterio è stato applicato alle musiche di scena, sia quelle originali che di repertorio. Viaggiare non è soltanto arrivare in un determinato luogo, ma partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valige, annotare frettolosamente sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa fugge, si frammenta, si ricompone come in una sequenza cinematografica con stacchi e dissolvenze. Il senso vero del viaggio è nel suo percorso: Il viaggiatore avveduto, anche se per qualche breve momento, sospende il tempo, lo tiene un po’ in sacco come il giocoliere che tiene sospese in aria i suoi attrezzi sapendo benissimo che, prima o poi, gli cadranno in testa”(Claudio Magris. Milano 2005)
È innegabile che il valore di fuga e di simbologia del viaggio sono ormai quasi un ricordo, così come la sua funzione di mezzo di conoscenza: si naviga in internet! Il viaggio non è più l’evento “eroico” che era nel passato: da impresa avventurosa del singolo si è trasformato in obbligo sociale della massa. Tanto che, oggi il viaggio è chiaramente un bene di consumo che conferisce uno status sociale, una merce come un’altra, con in più l’insidia di uniformare, omologare, confondere le identità e ridurre le possibilità di trovare l’ignoto, come ironicamente affermava Baudelaire: “solamente in un’altra vita o in un altro mondo”. Eppure, malgrado la delusione e il disincanto si continua ad andare, a viaggiare, proprio perché il movimento, per quanto limitato, regolato e standardizzato, continua e continuerà sempre ad avere per l’uomo un ruolo fondamentale. Non importa allora quanto lontano bisognerà andare per trovare il senso della vita, l’importante è continuare a cercarlo. La teoria per cui, in un futuro prossimo, ce ne andremo tutti a vivere su Marte, francamente mi sembra un po’ azzardata.
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SINOSSI
Ad apertura di sipario vediamo un uomo (che da questo momento chiameremo “Viaggiatore”) di età indefinita. È seduto, davanti a un tavolino da caffè dando le spalle al pubblico. Indossa un completo di lino bianco un po’ stropicciato, le scarpe sono color cuoio, ha un cappello “Panama” che poggia sulla sedia accanto. Il Viaggiatore sta bevendo un caffè, i suoi movimenti sono lenti, misurati: non ha fretta. Sul tavolino, oltre alla tazzina da caffè, c’è un bicchiere e una caraffa d’acqua. Il Viaggiatore si gira lentamente verso il pubblico: sembra sorpreso d’incrociare lo sguardo di altre persone. (da “la Mere Cachée” di Jean Cocteau)
VIAGGIATORE:
… Ero sovrappensiero scusate. Stavo cercando di ricordare… Sono nato in una piccola città di mare e… non ricordo quando ho imparato a nuotare. Nuotavo bene… me la cavavo ma non ricordo quando… Ricordo invece la sensazione di libertà che mi regalava il mare. Sarà il mare “la scenografia” ideale del nostro viaggio e il Viaggiatore ci farà da guida. È sulle rive del mare che s’incontra il respiro largo della vita che apre alle grandi domande sul destino e al senso del bene e del male. Sul mare immortale, scrive Conrad, si conquista il perdono delle proprie anime. Al mare ci si spoglia, ci si toglie le soffocanti difese e ci si apre a ciò che sta davanti, si ascolta il rumore del vento, si immaginano storie dove spesso il reale e il fantastico, l’inconsueto e il magico convivono come nella bellissima favola- cunto di Andrea Camilleri Maruzza Musumeci di cui presentiamo un brano in lingua agrigentina. È possibile che alcune parole sfuggano allo spettatore ma non importa, questo testo va ascoltato come un brano musicale, dove il suono stesso della parola ne restituisce il significato. In questa favola in cui s’intrecciano mito, storia e leggende popolari: “Le sirene non sono pesci con il rossetto. Sono donne feconde, terribilmente seducenti. Vivono tra gli uomini. Abitano gli stessi luoghi, ma non vivono nello stesso tempo. Vengono da una profondità di millenni: sono troppo vecchie o troppo giovani, al di sopra della vita e della morte.”
Gnazio (il protagonista della favola) ritorna dall’America dopo 25 anni di assenza con un piccolo gruzzolo, sufficiente a comprare un pezzo di terra. Siamo a Vigata nel gennaio del 1890. Un pezzo di terra di cui Gnazio si era innamorato perché al centro di quella terra, stretta tra cielo e mare, troneggiava un ulivo secolare, la gente diceva che aveva più di mille anni. In pochi mesi la terra era rinata con le amorevoli cure di Gnazio, rivoltata e bagnata, popolata di animali, abbellita da una costruzione tirata su, pietra su pietra e ora, a 45 anni, Gnazio era desideroso di farsi una famiglia. E’ la vecchia Pina, l’esperta di erbe e guarigioni, a trovargli una moglie: Maruzza Musumeci, bella come il sole. Chi sa perché quella ragazza nonostante la sua straordinaria bellezza, non aveva ancora trovato marito. Forse per certe sue stramberie? Per quella voglia irrefrenabile di acqua di mare, per quella lingua straniera che ogni tanto le fioriva in bocca? Camminando lungo la darsena di un porto inglese incontreremo Joseph Conrad (1857/1924): Scrittore anglo-polacco, pubblicò romanzi di grande successo, come Lord Jim, La Follia di Almayer, Cuore di Tenebra da cui Francis Ford Coppola trasse il film Apocalypse Now. Appassionato della vita di mare, a soli 17 anni s’imbarcò a Marsiglia come mozzo su una nave francese; nel 1878 passò sotto bandiera inglese; nel 1884 conseguì il brevetto di capitano, naturalizzandosi britannico. S’impadronì tardi della lingua inglese ed espresse una concezione pessimistica della vita. Sebbene i suoi siano romanzi d’avventure, ciò che lo interessa è il dramma interiore dei personaggi, l’analisi della tragedia individuale, e per questo può essere avvicinato a scrittori come James, Dostoevskij e Proust. Conrad, considerava le navi “creature sacre”. Nel suo racconto: CATTIVITÀ (In Captivitiy) i velieri, non solo hanno un carattere ben definito fin dalla nascita, ma possiedono anche un’anima. Con Herman Melville, “assisteremo” alla cruenta scena del duello (realizzata con voce recitante, viola, pianoforte, contrabasso e percussioni) tra il Capitano ACHAB e MOBY DICK, la balena bianca. Seguiranno poi dei testi rari e mai rappresentati in teatro, come: il GIUDIZIO UNIVERSALE (Esquisse du Jugement Universel); un viaggio grottesco nell’Oltremondo, scritto da Vittorio Alfieri, a 22 anni, in lingua francese, quando il giovin signore di Torino, non parlava ancora correttamente l’italiano.
Casanova
Ascolteremo brani tratti dalla bellissima ILIADE di Giacomo Casanova scritta in ottava rima e in veneziano (cronaca di un viaggio mai fatto). Del geniale libertino è poco nota un’opera che lo impegnò per un lungo periodo
della sua vita (circa dieci anni) ma rimasta incompiuta ed è la traduzione in lingua italiana dell’Iliade di Omero (Venezia 1775/1778) e ripubblicata di recente (Collana Novecento 1992). Ancora meno nota è l’Iliade che Casanova scrisse in lingua veneziana: il suo capolavoro, da paragonarsi all’Histoire de ma Vie. Alla scoperta del manoscritto (avvenuta attorno al 1905 nel castello di Dux) furono espressi pareri e giudizi controversi tanto che l’opera fu per decenni dimenticata. Oggi, grazie a una minuscola casa editrice di Venezia (Editoria Universitaria) possiamo leggere l’Iliade di Casanova in veneziano. Casanova aveva bisogno d’ingraziarsi il governo di Venezia, sperava di ottenere attraverso quest’opera il tanto sospirato “perdono” da parte della Serenissima. Dopo tanto viaggiare per l’Europa, Casanova quel viaggio non riuscì mai a farlo,
si spense lentamente a Dux nella più totale, completa solitudine. I personaggi della sua Iliade sono più che veri, talvolta persino comici. I guerrieri non hanno armature, ma vestono abiti settecenteschi. Criseide (figlia del Sacerdote di Apollo Crise) è il simbolo della libertà perduta, della libertà invocata. Siamo a Troia ma in realtà sembra d’essere a Venezia: le voci risuonano nelle calli, la luce cade obliqua sulla scena. Sembra un convegno di ombre evocate da una bacchetta di un mago; o piuttosto, dal momento che Venezia è la città di teatri, sembra di spiare da dietro le quinte gli attori di una compagnia di comici che si presenta all’applauso finale. Fantasmi a Roma Fra storia, leggenda e molta fantasia si dice che, tra i vicoli del centro di Roma si aggirano di notte dei fantasmi: aristocratici, artisti, anche papi. Alcuni sono noti altri meno, ma tutti amano frequentare quei luoghi che li videro protagonisti in vita. Tra i più assidui, c’è lo spettro dolente di Beatrice Cenci che appare la notte tra il 10 e l’11 settembre sulla porta della chiesa di San Pietro in Montorio, dove è
sepolta. C’è gente, ancora oggi, che giura e spergiura di averla vista. L’abito bianco sporco di sangue, cammina lentamente sul lungo Tevere fino a raggiungere Castel Sant’Angelo, dove fu decapitata per volere di Clemente VIII. Beatrice Cenci era una ragazza romana di nobile e ricca famiglia, nata nel 1577, di lei esiste un bellissimo ritratto di Guido Reni. Figlia di Francesco Cenci. Aveva circa ventidue anni all’epoca dei fatti: dopo essere stata vittima di ripetuti abusi e violenze da parte del padre, lo fa uccidere con l’aiuto della matrigna e di un suo giovane amico. Prima di compiere quell’atto estremo denunciò più volte alle autorità le violenze subite, si rivolse persino al Papa, ma nessuno volle prenderla sul serio. Esattamente come accade oggi. Si arrivò a un processo-farsa, fu condannata a morte e assieme a lei i due fratelli e la matrigna per aver preso parte all’omicidio. Quando si diffuse la notizia, tutta Roma si riversò per strade. L’indole violenta di Francesco Cenci la conoscevano tutti. L’11 settembre 1599 i quattro Cenci furono portati nella piazza antistante Castel Sant’Angelo, dove era stato eretto il patibolo. Uno dei fratelli, Giacomo fu squartato vivo con tenaglie roventi, la matrigna e Beatrice furono decapitate. Il fratello più giovane, era solo un bambino fu condannato ad assistere all’esecuzione e poi sbattuto nelle galere papali. Il papa Clemente VIII sequestrò tutti i beni della famiglia e li tenne per sé. All’esecuzione ssistette un gran numero di persone, nella ressa alcune di esse morirono travolte e altre cadendo nel Tevere. Beatrice Cenci fu venerata come una santa laica e il suo sepolcro si trasformò in un luogo di pellegrinaggio. Luigi Zanasso, poeta e scrittore dei primissimi anni del Novecento volle ricostruire la vicenda in lingua romanesca. Adesso devo assolutamente raccontarvi la storia di un mio “Appuntamento con un fantasma” Da qualche tempo frequento, in maniera più o meno assidua, una biblioteca unica nel suo genere, che si trova all’interno di un edificio del Cinquecento a Roma: Palazzetto Mattei a Villa Celimontana, sede della Società Geografica Italiana. Con grande cura e competenza, si custodisce in quel luogo una sterminata raccolta di libri di viaggio e sul viaggio, di lettere, diari, carte geografiche e mappamondi. Che c’entra questo con i fantasmi? Adesso ve lo dico. Tra le opere che mi è capitato di consultare, ho trovato il diario di bordo di un comandante di un veliero mercantile vissuto nel Seicento: Pietro della Valle nato a Roma nel 1586. Questo
nome, oggi, non ci dice nulla ma all’epoca era molto popolare. Di quel diario ho trascritto un capitolo davvero eccezionale, sia per la lingua: un italiano d’epoca ma corretto, elegante; che per il contenuto. La storia narrata è inquietante ma del tutto vera, anzi realistica. Sembra di leggere la sceneggiatura di un film “Horror” tra Psycho di Hitchcock e Profondo rosso di Dario Argento. Dopo aver trascritto il testo, lo mando a una mia cara amica che lavora nel cinema e che s’intende di spettri e di fantasmi. Il giorno dopo mi manda questo messaggio: “ Ho letto il testo è stupendo, ne avevo già sentito parlare di questo Della valle. È uno di quei fantasmini che girano di notte per Roma. Se vuoi, domani lo andiamo a trovare. Attorno alle tre di notte, percorre via del Governo Vecchio, dove abitava, esattamente al civico 53. Prendemmo tutto come un gioco ovviamente. La mia amica non tanto. Andammo a cena, poi in un locale e alle tre ci presentammo,
anche con un po’ d’anticipo, in via del Governo vecchio 53. Confesso che l’attesa mi aveva provocato una certa ansia. Pietro Della Valle quella sera non venne, ma io ho voluto ricostruire l’intera scena come se l’incontro fosse realmente avvenuto. Del testo originale di Pietro Della Valle non ho cambiato nulla.
Elegie Romane
È l’alba del 3 settembre del 1786. Lasciate dietro di sé alcune lettere agli amici e al Duca di Weimar, Wolfgang Goethe parte alla volta dell’Italia. Si tratta di un evento straordinario e decisivo nella biografia del poeta: egli stesso lo paragona a una vera e propria rinascita, a una seconda vita. Il 29 ottobre del 1786 Goethe arriva a Roma, in tasca ha un documento d’identità falso: d’ora in poi per tutti sarà Philippe Moeller (pittore). I suoi libri, in particolare il Werter, sono considerati blasfemi e messi all’indice dal Vaticano. Goethe va ad abitare in via del Corso al numero18. In quella casa scrive: ELEGIE ROMANE (Römische Elegien), anche se Erotica Romana, fu il primo titolo dato dall’autore a questa raccolta in versi. La vita – la dolce vita – verrebbe da dire, a Roma è per il poeta tedesco un grande, meraviglioso, ineguagliabile gioco di cui, in seguito, vorrà nascondere ogni traccia. A Roma il poeta si trasforma, non solo esteriormente: veste all’italiana, è sempre abbronzato, porta un cappello a falde larghe, in breve tempo perfeziona il suo italiano, canta e beve nelle osterie di via del Babbuino e del Ghetto, ma non basta. Goethe coltiva due amori segreti: la figlia di un oste di origine tedesca, Costanza Röesler e una giovane donna del popolo, la Faustina delle ELEGIE ROMANE: Faustina Antonini. È il poeta stesso a confidarci nelle Elegie che solo a Roma ha provato l’amore e il vero sesso. Per Goethe, questa sarà forse l’esperienza più coinvolgente di tutta la sua vita, infatti, piangerà “per quattordici giorni di seguito” all’idea di tornare in Germania. Lo scrittore, poeta e drammaturgo Roberto Lerici ci spalanca le porte del Teatro Comico Italiano. Seguiremo il viaggio surreale di un uomo che, prima si chiude nel bagno della sua modestissima casa, come atto di ribellione nei confronti della società che lo circonda, poi decide di evadere a bordo di un vascello incantato. È l’ultima scena della commedia: BAGNO FINALE, scritta da Roberto Lerici alla fine degli anni Settanta. In questa commedia si assiste alla progressiva presa d’incoscienza del protagonista attraverso una inarrestabile invenzione linguistica in cui convivono, oltre alla lingua parlata, i dialetti veri o inventati che siano, il grammelot “improvvisato” dal protagonista, le espressioni gergali, la sintassi scardinata e innocente, opposta a una sintassi colta, in un crescendo rabelesiano da grande farsa tragica. In questo connubio di generi c’è tutta la tradizione del teatro comico italiano e non solo: dalla commedia, al varietà e al dramma borghese, fino al grottesco de “Li Buffoni” cinquecenteschi. La commedia si trasforma, attraverso l’interprete, in un gioco di specchiature, in un viaggio che sembra concludersi a bordo del vascello incantato. Ma proprio sul finale, una furiosa tempesta si abbatte sulla nave riducendola in briciole. Il nostro protagonista, unico sopravvissuto, è costretto a naufragare come Robinson Crusoe sull’isola deserta che si è creato. Stavolta però la sua immaginazione si è andata oltre. In quell’isola deserta, LUI, il protagonista, si è trasformato in una scimmia!