di EURIPIDE
Traduzione Filippo Amoroso
La scelta di mettere in scena la Medea di Euripide focalizzando l’attenzione esclusivamente su tre figure cardine — Medea, Giasone e il Coro — nasce dal desiderio di rendere la tragedia più essenziale e asciutta. Al centro della vicenda restano i nuclei pulsanti del dramma: Medea, tradita e devastata; Giasone, che tenta di giustificare il proprio spergiuro; e il Coro, che incarna la società e la morale, ma anche il pubblico stesso che osserva e giudica. Le altre figure — Creonte, i figli, i messaggeri — sono state rimosse, eppure il loro peso drammatico permane, evocato attraverso le parole, i gesti e i silenzi dei personaggi in scena.
In questa struttura rarefatta si innesta un quarto elemento simbolico: una danzatrice. Senza proferire parola né interagire direttamente, ella attraversa la scena nei momenti chiave dello spettacolo. La sua prima apparizione è leggera, quasi ipnotica: rappresenta il sogno, la promessa, l’illusione di una nuova vita agognata dai protagonisti. Le apparizioni successive divengono via via più tese e frammentate, di pari passo con il concretizzarsi dell’idea della vendetta, fino all’ultima sequenza, inquietante: la ballerina si trasforma in ombra, spettro, un ricordo che scivola tra i personaggi come il simbolo di ciò che è andato perduto per sempre.
Corpo e movimento, immersi in una costruzione sonora che costituisce una vera e propria drammaturgia musicale, giungono laddove le parole non riescono ad arrivare: esprimono l’emozione che cresce, si trasforma e, infine, distrugge. La danzatrice è, in un certo senso, l’ipostasi più profonda della tragedia: è la colpa, il desiderio e il dolore che restano sospesi anche dopo l’epilogo.
Sottraendo i personaggi secondari e lasciando ampio spazio al linguaggio del corpo e della musica, abbiamo cercato di dare a questa Medea una forma nuova, più vicina alla nostra sensibilità, più coinvolgente e, auspichiamo, più intensa.