COME L’OTTONE E L’ORO
da T.M.PLAUTO
Adattamento e Regia COLLETTIVO V.A.N.
“C’era una volta il padre di due fratelli,
Menecmo e Sosicle eran gemelli,
omozigoti, tanto simili tra loro
da essere indistinguibili come l’ottone e l’oro”.
Due gemelli, assolutamente identici, perdono le tracce l’uno dell’altro durante l’infanzia e crescono in città diverse: uno a Trapani e l’altro a Napoli. Il gemello napoletano decide di dedicare la propria vita alla ricerca del fratello perduto, imbattendosi in una dimensione densa di equivoci e intrecci.
Ne I Menecmi – Come l’ottone e l’oro, lo spazio presenta sin dal principio il mondo del Menecmo cresciuto a Trapani: una routine abitualmente delirante, fatta di problemi, colpi bassi e musica. Con l’arrivo del secondo Menecmo, si innesca un climax ascendente di equivoci e identità scambiate, fino al riconoscimento finale che scioglierà il caos e le tensioni comiche.
Tra le numerosissime opere di Plauto, la nostra compagnia ha scelto di mettere in scena I Menecmi proprio per le opportunità tematiche che questo testo classico offre a partire dalla sua trama: un uomo che sceglie di dedicare la vita alla ricerca del fratello perduto. Quella che in apparenza può sembrare solo una strategia comica per innescare gli equivoci dell’intreccio plautino, diventa per noi un’opportunità per approfondire la natura umana, l’apparente semplicità delle relazioni e la necessità di ognuno di noi di riconoscersi tra il caos degli eventi. Proprio questo caos ci permette di scorgere l’alterità, di sentire l’altro e, allo stesso tempo, di riconoscere noi stessi e farci riconoscere. In quanto esseri umani, noi esistiamo nella nostra soggettività, ma anche e soprattutto nella relazione con gli altri: abbiamo costantemente bisogno che gli altri ci diano valore.
Ci è sembrato lecito e onesto verso Plauto — e lo diciamo con cognizione di causa — usare la musica, il canto e la fisicità degli attori per costruire lo spettacolo; le rappresentazioni plautine, infatti, non erano mai composti di soli dialoghi, e i cantica ne sono la conferma. Abbiamo dunque cercato di rinnovare, in modo coerente al testo, tutto ciò che ci era concesso. Questa sensazione di confusione e disorientamento prettamente plautina è la chiave che conduce attori e spettatori verso l’agognata agnizione finale: risoluzione di ogni equivoco e panacea di tutti i mali.
In questa versione anche i servi, e non solo i padroni, hanno una loro altissima dignità e speranze di libertà. Plauto è chiaro sin da subito: non possono esistere padroni senza servi e viceversa; non può esistere dignità senza amore e ricerca della verità; non può esistere felicità se non è condivisa; non possono esistere attori che raccontano storie senza spettatori pronti ad accoglierle.
I personaggi che animano la commedia plautina non pongono interrogativi complessi sulla propria psiche o etica. Ognuno di loro dichiara senza filtri la propria necessità e il proprio carattere, e il pubblico ne risulta immediatamente complice, senza alcuna mediazione. La comicità di Plauto, costruita su un continuo oscillare tra forme cantate, in versi e in prosa, permette a noi attori di mettere in scena un mondo variegato in cui coesistono lingue e atteggiamenti differenti, ma totalmente coerenti con l’ambiente.
Gli intrecci offrono un ventaglio di strumenti tali da permetterci di costruire una messinscena che attinge con equilibrio dal teatro e dalla musica, dalla recitazione e dal canto. Lo spettacolo procede incalzante, su un ritmo apparentemente caotico ma meticolosamente orchestrato. I due gemelli, ignari della reciproca presenza, dovranno ritrovare sé stessi in mezzo al caos e sopravvivere a un’interminabile e tragicomica giornata. La dimensione parossistica e musicale dà vita a questo esperimento metateatrale che scorre tra risate e ritmo, fino al riconoscimento finale: l’inevitabile soluzione che azzera il caos e scioglie ogni tensione.