OMAGGIO A ENRICO FIUMI NEI 50 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA
Se oggi possiamo sedere e ammirare questo Teatro Romano che ci avvolge, che ci parla e ci racconta secoli di storia di questa città e dell’intera umanità, lo dobbiamo a Enrico Fiumi e ai ricoverati dell’Ospedale Psichiatrico. Insieme a lui, intrapresero quell’avventura straordinaria che ha riportato alla luce una delle più importanti testimonianze della romanità in Etruria. «Li rivedo tutti», scrisse lui stesso in un suo Diario, nominandoli uno a uno con profonda umanità.
Ho sempre nutrito una profonda empatia per Enrico Fiumi, pur non avendolo mai conosciuto di persona. Mi lega da sempre un grande affetto, una stima sincera e una dolce familiarità a Piero, ai suoi figli e a tutta la famiglia Fiumi e Cherici.
Inconsciamente, mi sono assunto l’onere e la responsabilità di riportare in vita questo monumento, proprio come lui auspicava. E come lui, ho incontrato grandi difficoltà; come lui, sono stato talvolta deriso, irriso o ostacolato. Questo teatro avrebbe potuto e potrebbe essere un volano di prosperità, eppure è stato spesso pensato come un oggetto da ammirare passivamente. Considerare i monumenti, le città storiche come fossero un agglomerato urbanistico di monumenti da vedere e non da vivere è forse la più grande sconfitta economica antropologica e umanistica della nostra storia contemporanea.
Per questo, vorrei che questa serata fosse dedicata all’Uomo Enrico, prima ancora che allo studioso, allo storico o all’archeologo. Credo che nel ‘suo’ teatro — luogo votato alla Poesia e all’Arte — il miglior omaggio possibile sia celebrare l’umanità di chi lo ha restituito al mondo.